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Il peso dello Zaino

 

  

di Giulio Bedeschi, Mursia Editore - Milano

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Erano passati dieci giorni dall'operazione. Ma infine era giunto il chirurgo, aveva osservato le bende per vedere se trasudava qualcosa dal profondo ma invece no, gli aveva infilato quattro dita sotto il colletto del pigiama tenendole un poco a contatto della pelle del collo, proprio come lui Scudrèra aveva fatto tante volte posando le dita sulle froge della Gigia per sentire se aveva la febbre anche se il veterinario dice che non serve quando gli toccava fare da medico alla sua mula, o a lui o a nessuno. Chissà cosa avrebbe pensato, povera Gigia, se lo avesse visto in quel momento così conciato su quel letto, con le mani nascoste sotto quella montagna di bende, chissà se avrebbe capito qualcosa; magari no, ma io invece dico di sì, perché bestia com'è mi ha fatto capire che un po' di sentimento ce l'ha anche lei, almeno per me, come quando scoppiavano le granate troppo vicino, in Russia, e lei tremava tutta e si girava a cercarmi e mi guardava negli occhi come se fossi stato suo padre, una mula di cinque quintali, figurarsi; ma intanto mi diceva con gli occhi: - "aiutami, che ho paura" -; e io mi aprivo il cappotto, almeno finché le mani erano sane e servivano, e le tiravo giù il muso fino ad infilarmelo sotto l'ascella e così le scaldavo il naso e le coprivo gli occhi, e lei non vedeva più gli altri muli che saltavano a pezzi; e fatto sta che le faceva bene e smetteva di tremare; credere o no, io dico che capiva che c'era qualcuno che le voleva bene e questo le bastava, perché il pericolo restava sempre quello di prima.

Chissà dov'era, in quale caserma, e chi le badava; aveva bisogno di tante cure proprio adesso: era tornata dalla Russia pelle e ossa, e con l'artrite ai posteriori. Chissà che stalla aveva, cosa mangiava. Bello sarebbe stato vederla spuntare anche lei da quella porta a vetri, toc toc con gli zoccoli per la corsia...

...Stretto nella giacchetta nera delle feste d'anteguerra, tirata e corta sui calzoni di fustagno colore erba secca, in una mattina di metà giugno il conducente Scudrèra avanzò diffidente verso il cancello della sconosciuta caserma di Osoppo.

Si sentiva emozionato, perché andare da quella parte significava riallacciare i capi di quel profondo filo della sua vita che l'ospedale e la licenza avevano per qualche mese interrotto...

...Scudrèra dava segni d'impazienza e gettava occhiate nel grande cortile, a cercare la via delle scuderie...

Appena entrati nel lungo capannone Scudrèra si fermò, venendo dalla gran luce estiva intravedeva a stento, nella penombra, la doppia fila di lettiere, l'ondulare quieto dei gropponi; udiva i radi scalpitii, qualche tonfo di posteriori che cozzavano contro le stanghe dei divisori.

Legati su due righe, cento muli affiancati affondavano il muso e stappavano la paglia dalle greppie, si vedevano or qui or là a vario ritmo i colli ergersi e le teste pendolare alte, e scomparire poi pigramente a raccogliere paglia caduta; si udiva nell'ombra il respirare, lo sbuffare, il soffiare tranquillo, il fruscio e lo stridere della paglia tritata dai denti. Cento animali, cento muli pazienti, cento creature dalle froge umide, dagli zoccoli quieti, dai pendagli di saliva che colava a tratti dalle bocche per il piacere di quell'ora.

Scudrèra acuiva lo sguardo, scorreva da groppa a groppa, aggrondato, cercava ma non vedeva. Infine si decise, ma temeva di fallire: emise un fischio, due note lunghe e imperiose, restò col fiato sospeso.

Lontano, quasi al limite opposto del capannone si udì un trapestìo, uno sferragliare di catena tirata a strattoni, una testa frenata si erse tuttavia tra le groppe, un collo si inarcò, il mulo arretrò, scalciò.

"Là. Là in fondo" - grido Scudrèra con orgasmo - "la Gigia!".

 

Copyright 1998© Francesco Pacienza
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